mercoledì 15 marzo 2017

Le età dello Yoga: la pratica degli asana avanzati, e l'avanzare dell'età

Non si parla a mio parere abbastanza di come praticare con l'avanzare dell'età. Lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa, Jivamukti etc.) è arrivato da pochi decenni in occidente, ed è solo negli ultimi anni che cominciamo ad avere praticanti esperti di 50, 60 e anche oltre i 70 anni. Come cambia l'approccio alla pratica dopo venti, trent'anni sul tappetino? Quali sono le esperienze dei maestri occidentali e orientali? Mentre riflettevo su queste domande, sono capitata sul blog di Anthony Grim Hall, sempre fonte di interessanti spunti di riflessione. Anthony, famoso per il suo approccio personalissimo allo Yoga, pratica Ashtanga da anni, arrivando alle serie più avanzate come testimoniano i suoi video. E' un appassionato studioso, ha pubblicato libri e ha tradotto alcuni interessantissimi testi di Krishnamacharya, e la sua pratica oggi è un interessante insieme di Vinyasa Krama (secondo  la tradizione di Krishnamacharya e Ramaswami) e Ashtanga. Ho letto questo suo post e ho pensato di tradurlo per voi, per condividere il suo punto di vista e offrire a tutti qualche idea in più per trarre il massimo dalla pratica, a qualsiasi età. L'articolo è lungo ma l'argomento è vasto e merita un serio approfondimento. Al termine del post vi racconto qualcosa sulla mia pratica personale, dopo 19 anni di pratica Ashtanga e Jivamukti. Buona lettura!

Praticare asana avanzati ogni giorno: un must o un rischio?

Krishnamacharya anziano durante la sua pratica
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerarsi puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? Non intendo fare mera critica distruttiva di nessun metodo; io stesso ritengo che praticare gli stessi asana quotidianamente sia un modo eccellente per rafforzare la disciplina, ma visto il numero crescente di praticanti che hanno raggiunto livelli avanzati di pratica, e le tante "superstar" che usano la loro pratica estrema per vendere i loro prodotti, mi chiedo se sia saggio incoraggiare questo sistema. La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell'Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt'altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato? 
La domanda nasce dalla visione di un documentario del 1938 in cui Krishnamacharya, insieme ai suoi familiari e a BKS Iyengar, dimostrano questi asana. All'epoca commentai così: "Mi sembra evidente che gli asana insegnati ai ragazzi del palazzo di Mysore fossero volutamente dimostrativi. Simili asana e i relativi passaggi delle serie avanzate, che erano utilizzate appunto per queste dimostrazioni, sono probabilmente troppo estremi per una pratica quotidiana, e possono portare a lesioni al ginocchio e alle articolazioni, a meno che, appunto, non vengano utilizzati sporadicamente e dopo una corretta preparazione. Sfortunatamente oggi la terza serie dell'Ashtanga è diventata la nuova seconda, e la quarta è la nuova terza. Come conseguenza, sono moltissimi gli studenti che oggi praticano quotidianamente questi asana, e mi chiedo se sia un atteggiamento saggio".
Questa riflessione mi è rimasta in mente a lungo. Spesso, nel mio blog, pubblico un post per vedere se, dopo qualche giorno, settimana, mese o anno la penso ancora allo stesso modo. Spesso ho la tentazione di cancellare i miei primi sette anni di blog, e sicuramente tra cinque anni avrò la tentazione di eliminare quasi tutto, ma in fondo il blog è proprio un diario che riflette i cambiamenti della mia pratica personale. Insomma, un blog è solo un blog. Quindi semino la mia idea, e la lascio germogliare su questo terreno comune.

La pratica quotidiana della prima serie è un conto (anche se comprende asana che originariamente Krishnamacharya e Pattabhi Jois avevano incluso nella seconda, come Marichiyasana D e Uttihita Parsvakonasana B. Un conto sono anche i primi inarcamenti, relativamente dolci, della seconda serie. Ma che dire degli asana delle serie avanzate?
Attualmente, la pratica dell'Ashtanga Yoga funziona così: si inizia imparando la prima serie. E' probabile che per le prime settimane si rimanga fermi ai saluti al sole e alle posizioni in piedi, prima di passare ai veri e propri asana della prima serie. E' altrettanto probabile che si resti fermi a Marichiyasana D per qualche tempo - per qualcuno anche una vita intera. Personalmente, di recente (e contrariamente ad alcuni miei post precedenti), non penso che sia una cosa negativa praticare solo la prima serie, prevalentemente perché preferisco praticare lentamente (quindi una pratica completa mi porterebbe via tutta la mattinata), mi piace dedicare del tempo anche a pranayama e meditazione, e naturalmente alla mia vita personale e professionale.
Con il tempo, il praticante completa la prima serie e comincia ad aggiungere posizioni della seconda. E' probabile che rimanga fermo a kapotasana per qualche anno o per una vita, e per diverse vite a karandavasana. 
E' dopo karandavasana che si tende a cominciare a lavorare quotidianamente sulla seconda serie, praticando la prima solo il venerdi, quindi siamo a cinque giorni di asana della seconda serie, e un giorno dedicato alla prima serie.
Allo stesso modo, una volta completata la seconda serie, cominciamo ad aggiungere gli asana della terza, fino a che passiamo alla pratica della terza serie per quattro giorni a settimana, dedicando un giorno alla prima serie e uno alla seconda, e così via. Se si è arrivati alla quarta serie, la praticheremo per tre giorni a settimana, dedicando un giorno alla terza, uno alla seconda e uno alla prima. Quindi siamo a quattro giorni di asana estremamente avanzati, uno di asana avanzati, e uno dedicato agli asana della prima serie.
Gli insegnanti più senior affrontano questo dilemma in modi diversi. Fatico ad accettare una forma di 'autorità' in materia di metodo. L'approccio di Sharath è interessante, come lo è quello di Manju, quello di Saraswathi e quello dei maestri occidentali che per primi frequentarono la shala di Pattabhi Jois. Ognuno di loro ha le sue idiosincrasie, influenzate dal periodo di apprendimento con Guruji e adattate all'ambiente in cui si trovano ad insegnare. Fatico anche ad accettare l'autorità di Pattabhi Jois - e anche qui dovrei specificare "quale" Pattabhi Jois: quello degli anni di Yoga Mala, o quello più anziano, che si trovava ad insegnare a centinaia di studenti. Forse non accetto nemmeno l'autorità di Krishnamacharya... certo ho un problema personale con il concetto di autorità: in generale, penso che sia importante riflettere sui diversi approcci alla pratica e, nel tempo e con l'esperienza personale, individuare quello che meglio si adatta a noi.
Ma torniamo alla domanda iniziale: 

Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerare puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell'Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt'altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?


Se si è giovani, relativamente flessibili e dotati di una determinata struttura muscolo-scheletrica, se abbiamo iniziato a praticare a vent'anni, probabilmente a 25 ci troviamo a lavorare sulla terza serie, e con il tempo praticheremo le serie avanzate per i prossimi venti-trent'anni. E' chiaramente un estremo: probabilmente avete cominciato a praticare Ashtanga vicini alla trentina, ritrovandovi verso i 35-40 a praticare la terza serie per i prossimi dieci, quindici anni, finché una voce vi dirà che quello che è troppo è troppo, e comincerete ad abbandonare alcuni asana e forse alcune serie. 
Io ho iniziato a 43 anni. Dopo aver completato la prima serie, sono andato avanti nella pratica arrivando alle serie Avanzate A e B. Grazie al cielo, ho poi incontrato la pratica del Vinyasa Krama e Ramaswami, e sono passato ad un approccio più lento rispetto alla pratica. Studiando e praticando sui testi di Pattabhi Jois e Krishnamacharya, ho rallentato la mia pratica fino ad arrivare a ciò che faccio oggi: la prima metà della Prima serie, e occasionalmente la prima metà della seconda. 
Oggi penso che non avrei dovuto praticare metà degli asana avanzati a cui mi sono dedicato: ma stavo invecchiando, pensavo "se non ora, quando?", ed ero in una fase di leggero innamoramento per ciò che il mio corpo sembrava capace di fare. Mi capita di sussultare quando guardo i vecchi filmati di Pattabhi Jois che spinge studenti forse inadatti ad afforntare la seconda serie, in asana estremamente avanzati. E allora mi chiedo nuovamente: è corretto praticare asana avanzati quotidianamente per decenni, e a che punto è giusto accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la nostra pratica di conseguenza?
Devo puntualizzare che sono un praticante "solitario" (come dice il nome stesso del mio blog), e a parte tre mesi trascorsi con Kristina Karitinou a Creta (che mi sento di raccomandare caldamente), un breve teacher training con Manju Jois e un mese insieme a Ramaswami a Los Angeles (per il suo teacher training in Vinyasa Krama), ho sempre esplorato la pratica da solo, a casa. Ho iniziato con libri e DVD nel 2007. Non mi sono mai fatto male, e dopo aver raggiunto nel 2011 una pratica sufficientemente avanzata (vedi i video di Anthony cliccando qui, n.d.t.), ho iniziato ad esplorare un approccio più lento alla pratica, soffermandomi a lungo negli asana, perdendo interesse negli asana più estremi. Se frequentassi una shala, probabilmente verrei incoraggiato ad andare oltre la mia esagerata cautela e il mio buon senso.

(Consiglio a tutti la visione del post originale, dove sono presenti molte tavole fotografiche tratte dai libri di Krishnamacharya, in cui questo grande maestro pratica ben oltre i 70 anni. Al post originale sono allegate alcune appendici: la più interessante a mio personale parere è questa intervista a BKS Iyengar, che affronta l'argomento della pratica con l'avanzare degli anni (n.d.t.).)

"La maggior parte delle persone vuole arrivare alla felicità senza soffrire. Io abbraccio gioia e sofferenza. Vediamo dove mi porta la sofferenza". (BKS Iyengar, 'Light on Life')

Forse non arriveremo al samadhi: tuttavia il lavoro di esplorazione degli otto rami dell'Ashtanga Yoga possono prepararci alle sofferenze che ci aspettano. Sono pochi coloro che riescono ad evitare completamente il dolore. Non siamo noi a cercarlo, ma esso non può essere evitato, ridotto, dirottato: dobbiamo prepararci ad affrontarlo con dignità e pazienza, ed imparare anche da questa prospettiva ciò che la vita può insegnarci. Qui di seguito uno degli articoli che maggiormente hanno influenzato la mia pratica. Sono spesso tentato di stamparlo, incorniciarlo e appenderlo nella mia shala personale. Ho incluso anche alcune note sulla morte di Iyengar e alcuni passi di "Vedere per Credere", sulla pratica di BKS Iyengar ormai ottantenne. 

A 92 anni, BKS Iyengar continuava a praticare yoga per diverse ore al giorno. Qui descrive come era cambiata la sua pratica con l'età, offrendo il suo consiglio agli studenti di età più avanzata. 
BKS Iyengar: la pratica ad età avanzata
La vittoria della volontà sulla materia

"Credetemi, dopo una certa età, praticare asana e pranayama diventerà molto difficile. Lo faccio solo per questa ragione: il corpo invecchia, si avvia al deterioramento. Il tasso catabolico aumenta a sfavore dell'anabolico. Le ossa si indeboliscono, le vene si induriscono. Sono tutti fatti noti, da cui non voglio essere dominato. Se mi arrendessi alla volontà del corpo, non sarei un praticante di Yoga. Quando pratico, cerco di capire come fermare questo processo di deterioramento. Questa è la vittoria della volontà sulla materia.
Potreste dire: "Iyengar non ha bisogno di nulla, perché ha sempre praticato". Ma non è corretto. In realtà, io mi accorgo che a questa età è davvero necessario praticare. Devo evitare la costrizione del mio sterno. Devo cercare di mantenere il diaframma libero nel movimento. Se considero i possibili ambiti di deterioramento, e mantengo la pratica degli asana, allora è corretto affermare che io sia fisicamente uno Yogi.
BKS Iyengar
Molti ritengono che con l'avanzare degli anni sia meglio rivolgersi alla meditazione e ai mantra, piuttosto che continuare a praticare asana e pranayama.
Non sono un sadhaka (praticante) che si nasconde dietro la scusa dell'età. Non rifuggo la pratica fisica perché sono condizionato dal complesso dell'età. In ogni asana io medito, e in ogni asana vedo Dio, che è infinito e oltre ogni limite. Con gli anni, ho aumentato il tempo che dedico alle mie pratiche. La mente e il corpo lasciano il passo. Io li ricarico con la mia forza di volontà, e non mi arrendo alla debolezza del mio corpo e della mia mente. 
Grazie ai miei studi sulla filosofia e sulla pratica dello Yoga, oggi sono in grado di vivere senza dipendere da nessuno. Devo mantenere viva la filosofia del corpo esattamente come mantengo viva la conoscenza spirituale.
La sola differenza tra la mia gioventù ed oggi, è che da giovane ero come tutti i ragazzi: ero tentato di eseguire gli asana uno dietro l'altro. Oggi, resto in Dwi Pada Viparita Dandasana o Kapotasana per un tempo maggiore. A questa età comprendo il valore del sutra "Sthira Sukham Asanam" (YS II.46) nella sua completezza. Ora, in ogni asana, vedo la perfetta freschezza e stabilità del corpo, la fermezza della mente e la benevolenza del sé. Cerco di trovare questa stabilità, fermezza e benevolenza prolungando la mia permanenza in Kapotasana o Dwi Pada Viparita Dandasana. A volte dedico 10 minuti ad ogni lato in Parsva Sirsasana. Sono asana complesse. Nessuno pratica asana così difficili a questa età. Nessuno si arrischia a praticare asana che richiedono coraggio. Non è semplice praticare e mantenere un asana mentre muscoli e nervi tremano, con le articolazioni che tendono a cedere, il cuore che batte rapidamente. Non sono il tipo di persona che si mette in Padmasana e dice "sono comodo". Se praticate yoga, vi rendete conto delle difficoltà che comporta l'invecchiamento. Il mio consiglio, quindi, è di essere liberi attraverso lo Yoga, di liberarvi delle afflizioni che l'età porta con sé attraverso lo Yoga. Perciò mantenete e sostenete ciò che avete imparato, continuate a praticare.
Ciò richiede non solo forza di volontà, ma anche coraggio e fede. Grazie alla corretta miscela di forza di volontà e coraggio, uniti alla capacità di discriminazione, la pratica yoga genera l'energia di cui le cellule nervose hanno bisogno per mantenere con agio gli asana più impegnativi. A questa età continuo ad imparare. E' la saggezza che viene con il tempo: non ho perso la freschezza dell'intelletto. 
Quando eseguiamo Parsva Sirsasana, a volte non ci rendiamo conto di dove siano le nostre gambe, o le spalle, o dove sia posizionato il peso del corpo. Per una persona anziana come me, è più difficile avere questo tipo di sensibilità: tuttavia, non l'ho persa del tutto. Ogni tanto rientro nella posizione per recuperare la mia consapevolezza fisica o mentale. Educo le mie cellule a restare dove voglio che stiano. Cerco di trovare "Sthira Sukham Asanam" in questi asana impegnativi. E' più facile farlo quando eseguiamo gli asana più semplici.
Pratico con regolarità pranayama e dhyana (meditazione) in Padmasana. Se volete sapere cosa faccio alla mattina presto, sono in sala, a praticare asana, e con lo stesso approccio pratico pranayama, dharana (concentrazione) e dhyana. Questa è la mia etica.
"Tatah Klesha Karma Nivrittih" (YS, IV.30). Ponendo fine alle azioni guidate dalle afflizioni, notiamo che le afflizioni non ci seguono con l'avanzare dell'età." - BKS Iyengar

Due anni fa, mentre mi trovavo in Grecia, al ritiro di Ashtanga di Kristina Karitinou, appresi che BKS Iyengar aveva lasciato il suo corpo fisico. Informai Kristina della notizia, e lei lo riferì a tutti gli studenti. Dedicammo la nostra pratica alla sua memoria. Al termine della pratica mi recai nel cortile sul retro della shala, ed eseguii 108 drop back, proprio come avevo visto fare ad Iyengar in occasione del suo 80esimo compleanno. Era solo la seconda volta che tentavo una simile impresa, e dovetti suddividerla in quattro set di ripetizioni, con una breve pausa tra un set e l'altro. Non so perché decisi di lanciarmi in questa impresa, e ad un certo punto desiderai di non aver iniziato, chiedendomi perché mai la notizia della sua scomparsa mi avesse così commosso. Dopotutto io ero un Ashtangi, non avevo mai nemmeno preso parte ad una lezione di Iyengar... eppure oggi, rileggendo il mio post, vorrei aver raddoppiato il numero di quelle ripetizioni.

Il libro di Anthony Grim Hall
Dopo aver letto gli scritti di Iyengar relativi alla sua pratica da ottantenne/novantenne, mi è venuta voglia di esplorare ulteriormente i testi che aveva pubblicato in tarda età. Ho iniziato a leggere "Light on Life", un libro davvero meraviglioso. Mi chiedo se Iyengar avesse capito che sarebbe stato il suo ultimo libro. Il libro tratta, capitolo per capitolo, gli otto rami dell'Ashtanga. Incontriamo su queste pagine Iyengar mentre pratica asana e pranayama, lo troviamo alle prese con gli altri rami con l'indomita forza di volontà che ha accompagnato tutta la sua esistenza. La pratica degli asana oggi spesso assume connotazioni negative: in molti vogliono farci credere che non facciano parte dello yoga. Probabilmente i detrattori ne vedono l'aspetto dimostrativo e promozionale che a volte può distrarci dal nostro lavoro - ma a volte la distrazione aiuta a ritrovare con entusiasmo il nostro impegno. E' questa disciplina quotidiana a caratterizzare la pratica per come la conosciamo. Non importa quale sia la tradizione che seguiamo, se non nell'illusoria autorità a cui ci appelliamo, forse un'ulteriore distrazione, inizialmente un supporto, che tende poi a distoglierci dalla nostra ricerca: e lo yoga altro non è se non, appunto, una ricerca. La pratica sincera e devota, idealmente quotidiana, in qualsiasi forma, dinamica o statica, tempra la volontà, disciplina di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli altri rami a cui tendiamo".

- Anthony Grim Hall, 2017

Nota personale: 

E ora in breve, veniamo alla mia pratica. Con un passato di ginnasta, ballerina e sportiva in generale, ho sempre "alzato l'asticella" nelle mie attività fisiche, e con gli asana non faccio eccezione. Sono sempre stata molto disciplinata, pratico 5-6 volte a settimana, rispettando i giorni di luna e di riposo. Negli anni, ho affrontato diversi infortuni, anche se devo dire raramente legati alla pratica, se non in occasione di aggiustamenti ingenui o a cui non ho saputo dire no. Semmai, la pratica mi ha rivelato di volta in volta vecchie debolezze, o problemi legati all'apparato digerente, un'influenza in arrivo, etc. Mi piace mettermi alla prova quando le mie energie sono alte, ma cerco di non strafare se il mio corpo mi dice "non è giornata". Con il tempo e con l'esperienza acquisita attraverso la pratica personale e i corsi per insegnanti, oggi preferisco praticare a casa, dove riesco a concentrarmi più facilmente, e frequentare seminari o trascorrere almeno un mese con maestri da cui sento di poter apprendere qualcosa che ancora non conosco (un leggero problema con l'autorità ce l'ho anche io...). La mia pratica quotidiana oggi è un mix tra prima e seconda serie dell'Ashtanga, alternate durante la settimana a sequenze Jivamukti in cui affronto asana che non fanno parte del metodo tradizionale dell'Ashtanga o quantomeno non in quell'ordine. Se un giorno sento di avere bisogno di inarcamenti, preparo sequenze che mi portano verso asana relativamente impegnativi come eka pada rajakapotasana, drop back o kapotasana. Se ho bisogno di sviluppare forza, mi concentro sulle posizioni di equilibrio sulle braccia, come bakasana, astavakrasana, eka pada koundinyasana e sullo sviluppo dei core muscles. Se devo recuperare concentrazione, mi attengo alle serie tradizionali dell'Ashtanga. Pratico per circa un'ora e mezza, dedicando sempre parte del tempo a meditazione, pranayama e rilassamento al termine della pratica. Quando sono particolarmente stanca, tendo a ridurre i vinyasa e restare più tempo negli asana, preferendo posizioni più semplici e pratiche meno lunghe. Cerco soprattutto di approcciare ogni giorno la pratica con umiltà e sensibilità all'ascolto del corpo. Dell'Ashtanga amo il rigore e la profondità, di Jivamukti le sequenze più libere e coreografiche. Non mi "arrendo" facilmente, e se noto una difficoltà o una rigidità, mi guardo dentro per capire da dove nascono: sono parte di un processo fisiologico o psicologico? Parto da qui per costruire ogni giorno la pratica che può aiutarmi a stare meglio, sotto ogni aspetto. Credo che l'età aggiunga saggezza al desiderio di ricerca, e che nello yoga gli anni che passano non siano un limite, ma al contrario un continuo arricchimento esperienziale che rende la pratica sempre più intensa e spirituale. Trovo riduttivo spaventarsi per un numero, e in fondo l'età è solo questo: un numero, comunque sempre molto piccolo rispetto all'eternità di cui facciamo parte.

- Francesca d'Errico
Francesca d'Errico - pic by Alessandro Sigismondi

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